Il “safari” più bello? Nell’Europa del rewilding

L’abbandono dell’agricoltura ha lasciato enormi territori selvaggi, lasciati alle specie endemiche del continente, e alle foreste. Rewilding Europe con European Safari Company hanno costruito un’offerta turistica di viaggi “nature-based” per proteggere ecosistemi e faune selvatiche bisogna attribuire loro un valore economico. Uno schema datato allo Earth Summit di Rio del 1992 che è diventato un mantra per una parte consistente del mondo della conservazione. Ma l’Europa offre un modo alternativo di affrontare il conflitto tra spazi selvaggi e civiltà umana che si chiama rewilding, e che ora è anche una concreta proposta di esperienza di viaggio nella nostra natura incontaminata: la neonata European Safary Company, in partnership con il piano d’azione della organizzazione indipendente Rewilding Europe, offre immersioni spettacolari nelle foreste e nei boschi del vecchio continente. Sulle orme di lupi, orsi, cervi, aquile, bisonti e linci.

Il progetto viene da lontano, e cioè dalla visione degli habitat europei - in espansione, in conseguenza dell’abbandono delle campagne per motivi economici e della concentrazione della popolazione negli insediamenti urbani - come “nazioni di confine” da integrare nel paesaggio europeo: enormi territori selvaggi, lasciati alle specie endemiche del continente, e alle foreste. Negli ultimi due anni Rewilding Europe ha lavorato insieme ai fondatori della European Safari Company per costruire una offerta turistica di viaggi “nature-based” che, innescando un indotto per le popolazioni rurali locali, creasse un circolo virtuoso di risorse economiche per la conservazione in Europa. Oggi la European Safari Company ha tradotto in realtà questa idea: parte del denaro speso da chi decide di viaggiare con loro andrà infatti ai progetti in corso di Rewilding Europe, e a quelli autonomi già attivi nelle località selezionate.

Alcuni di questi luoghi non fanno rimpiangere il Colorado e il Wyoming: le montagne del Tarcu in Romania (per i bisonti), i nostri Appennini (per il lupi e l’orso bruno), la Lapponia, in Svezia, per il tracking delle renne, la Finlandia (per l’orso), il delta dell’Oder in Polonia (per le grandi aquile coda bianca e i cigni selvatici), le montagne del Velebit in Croazia (per gli orsi) e la Faja Brava in Portogallo (per gli avvoltoi, e le stelle lontano da ogni fonte di inquinamento luminoso). Il numero delle destinazioni aumenterà nei prossimi mesi: per ora, basta andare sul sito della Safary Company per scegliere e prenotare itinerari di scoperta della wilderness europea. Non ci sono grandi strutture, ma lodge, baite, bed & breakfast, piccole trattorie gestite da persone del posto che convivono da sempre con gli habitat in cui si guadagnano il pane.

A fine 2015, la porzione di Europa selvaggia ammontava a 3,8 milioni di ettari, con enormi distese integre sparse per 18 Paesi e mai più piccole di 100mila ettari. I bisonti (28 esemplari) sono stati reintrodotti nei Carpazi del sud, e i daini (30, per ora) sono tornati sulle montagne Rodhope, in Bulgaria. Molti dei territori lasciati alle faune sono transfrontalieri, come il Delta dell’Oder, tra Germania e Polonia, una condizione altamente favorevole per il recupero numerico delle popolazioni di mammiferi. Ma non è tutto qui, si intuisce parlandone con Simon Collier, tra i fondatori del gruppo, che ha lavorato a lungo nei parchi nazionali del Sud Africa. “La natura consente alle persone di diventare se stesse. Ti fa riflettere su chi sei. In Europa la rete dei collegamenti è buona, e c’è un mix fantastico tra storia, paesaggio e culture locali.

In Africa, nel secolo scorso, la natura selvaggia è stata separata dalle comunità umane. Le cose stanno cambiando anche lì, ma qui in Europa gli spazi incontaminati non sono isolati dalle città. Basta un’ora di macchina da Roma, e non migliaia di euro, per trovarsi sulle colline e udire l’ululato dei lupi”. In tempi in cui l’impianto stesso dell’Europa è messo in discussione, una valorizzazione più visionaria degli ecosistemi ancora integri sopravvissuti a cinque secoli di industrializzazione offre qualcosa di spericolato, ma di nuovo: “Lasciarsi scivolare nella bellezza selvaggia è un modo diverso per sentire e comprendere che cosa è l’Europa perché la wildlife offre l’opportunità, a chiunque, di pensare in modo differente”, dice Simone Collier. Questo genere di viaggi non esclude gli aspetti più complicati della protezione delle faune, e cioè l’inevitabile frizione, reciproca, di villaggi e orsi, attività contadine e lupi,

facendone però una risorsa per uomini e animali: “La gente qui in Europa cerca qualcosa di più di un coinvolgimento avventuroso con la natura. È incredibile, ad esempio, il calore che si può incontrare nelle comunità montane di Tarcu, in Romania. Gente ospitale, che ti fa capire quanto spazio abbia ancora il confronto pacifico in Europa. Entrare in queste foreste è una esperienza che cambia la vita”. Collier ribalta la prospettiva tradizionale: è la natura che può davvero fare qualcosa per noi in Europa. Forse la coesione di cui siamo in cerca ce la può dare la parte finora più misconosciuta del continente, e cioè la wildlife.

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